Regione: Middle West (entroterra orientale di Valdoren) Tipo: Cascina contadina di sussistenza Popolazione: Famiglia Mercer (3–4 persone; al momento solo Dorothy, sopravvissuta)
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Descrizione generale
La Fattoria Mercer è una di quelle decine di cascine senza nome né fama che punteggiano la cintura agricola a est di Valdoren, lungo la prima parte del tracciato verso la Frontiera. Si trova a circa mezza giornata di carro dalla città, oltre i campi recintati delle grandi proprietà e oltre l’ultimo canale d’irrigazione che pesca dal Grande Fiume: là dove la pianura coltivata comincia a sfilacciarsi, le piantagioni di grano lasciano posto a chiazze più magre e i coloni che non si potevano permettere terra buona si sono accontentati di terra accettabile.
I Mercer sono arrivati qualche stagione fa con poco più dei vestiti che indossavano, e hanno costruito quello che si poteva costruire con quattro assi, un pozzo e tanta speranza. È esattamente il tipo di fattoria a cui nessuno fa caso finché qualcuno non ci muore.
Aspetto e atmosfera
La casa è di legno grigio, assi inchiodate alla buona, con un tetto di tavole catramate che perde da almeno due inverni. Davanti alla porta, un piccolo aia battuta dai passi di chi entra ed esce con i secchi; al centro, il pozzo — l’unica vera ricchezza del podere, scavato a forza di pazienza e abbastanza profondo da resistere anche alle estati più secche. Sul retro, un recinto di pali storti racchiude pochi animali: un paio di galline che razzolano, una vacca dal pelo opaco, un maiale grasso quanto basta per arrivare a Natale, un mulo paziente che ne ha viste troppe per scomporsi ancora.
Oltre il recinto, un orto di pochi metri quadri — patate, fagioli, zucche, cipolle, qualche cespo di cavolo; una manciata di file di mais che d’estate diventano il muro vegetale dietro cui Dorothy si nascondeva. Più in là, un fazzoletto di terra arata a frumento, mai abbastanza per un mercante, sempre abbastanza per il pane di casa. Tre meli vecchi e storti, piantati prima dei Mercer da qualcuno che non è più qui; sotto il più grande, un piccolo cumulo di pietre senza croce — la tomba di Tobias.
Dentro casa, una stanza unica: il camino, il tavolo di assi, due brande, una madia. Il pavimento è di tavole irregolari, e in un angolo — sotto un piccolo tappeto di pezza — c’è la botola di una piccola dispensa interrata, scavata per tenere al fresco patate e formaggio. È stata costruita per le scorte; è servita per nascondere una bambina.
L’aria, fino a qualche giorno fa, sapeva di legna bruciata e di latte appena munto. Ora sa di polvere da sparo e di mosche.
Abitanti e demografia
I Mercer sono umani, coloni di prima generazione nel Middle West. La famiglia, prima della sparatoria, contava:
- Henry Mercer, il padre, sui trentacinque anni, magro, mani screpolate, un fucile vecchio sempre appoggiato accanto alla porta. Faceva il contadino, ma non solo: nei mesi di raccolto si vendeva come bracciante presso le grandi fattorie a un giorno di cammino, e una volta al mese caricava il mulo per andare a Valdoren a vendere il poco che si poteva vendere. È il cadavere trovato dietro la casa: tutto fa pensare che sia stato il primo a uscire incontro ai briganti, dando a Martha i secondi necessari per spingere Dorothy nella botola e richiudere il tappeto sopra la testa della bambina.
- Martha Mercer, la madre, sui trent’anni, le mani perennemente sporche di farina o di terra. È la donna trovata morta dentro casa. Mungeva, faceva il burro, salava il formaggio, accudiva i polli, cuciva, cucinava, custodiva l’orto. Tutto quello che la fattoria produceva di vendibile passava prima dalle sue mani.
- Tobias “Toby” Mercer, secondogenito, morto a tre anni di una febbre senza nome che era arrivata in autunno e non era più voluta andarsene. È sepolto sotto il melo più grande dietro la casa, in un piccolo cumulo di pietre senza croce: Martha non aveva voluto un segno troppo visibile, perché Dorothy non smettesse di passarci accanto come faceva ogni mattina andando al pozzo. Era morto da poco più di un anno.
- Dorothy Mercer, la primogenita, sui sette o otto anni. È la sopravvissuta della botola.
Risorse e sussistenza
I Mercer vivono — vivevano — di economia di sussistenza con piccole vendite ai margini, il modello tipico dei coloni poveri del Middle West che hanno terra ma non capitale.
Quello che mangiano loro stessi. L’orto produce verdure per quasi tutto l’anno; il mais si trasforma in pane piatto, polenta, farinata; il frumento, quel poco, diventa il pane delle feste e delle domeniche. La vacca dà il latte quotidiano: una parte si beve fresco, una parte diventa burro, una parte formaggio fresco da consumare entro pochi giorni. Le galline danno uova, raramente carne. Il maiale è il loro inverno: macellato a fine autunno, salato e affumicato, fornisce lardo, prosciutto, salsicce e strutto fino alla primavera. Le mele dei tre alberi vecchi, raccolte e seccate o fatte sidro, riempiono i mesi più magri.
A questa base si aggiunge quello che la pianura regala a chi sa cercare: lepri e prairie hen prese con le trappole che Henry tende lungo i bordi del campo, qualche pesce d’acqua dolce dal canale d’irrigazione più vicino, more selvatiche e funghi dei boschetti riparii.
Quello che vendono. Il margine commerciale della fattoria è sottile e tutto femminile: uova, burro, formaggio fresco, qualche pollo vivo nei periodi buoni. Una volta al mese — di rado due — Henry carica il mulo con i barili di burro salato, le cassette di uova imbottite di paglia, il formaggio avvolto in pezza umida, e raggiunge il mercato dei Moli di Valdoren, dove vende il tutto a un grossista che ne fa la metà del guadagno senza fare metà della fatica. Bastano cinque o sei dollari a viaggio per coprire il sale, lo zucchero, la stoffa, le munizioni del fucile, il chiodo nuovo, il filo da cucire, il caffè cattivo che Martha amava più del bere.
Il passaggio della Via dei Coloni è l’altra fonte di entrate, più irregolare ma talvolta provvidenziale. Le carovane in marcia verso la Frontiera sostano spesso vicino al pozzo, che è uno dei pochi affidabili nel raggio di qualche miglio: ai carovaniere si vende un secchio d’acqua per pochi centesimi, una dozzina di uova, una forma di formaggio fresco, mezzo prosciutto. Sono entrate piccole ma in contanti, e in contanti non sempre si trova chi paga.
Quello che fa il padre. Henry, nei mesi di raccolto del grano e del cotone, abbandona la fattoria per due o tre settimane e si vende come bracciante presso le piantagioni più grandi a est: settantacinque centesimi al giorno, vitto e una branda nel fienile. Quei pochi dollari portati a casa a fine stagione sono spesso la differenza tra arrivare alla primavera o non arrivarci.
Il margine di errore. Tutto questo funziona finché tutto va bene. Una vacca che si ammala, un’estate troppo secca, un inverno troppo lungo, il mulo zoppo, la malaria che gira lungo il canale, e la cascina si trova a un passo dal disastro. I Mercer non hanno risparmi alla Banca Federale — non hanno nemmeno un conto. Vivono di mese in mese, di stagione in stagione, e ogni cosa che hanno sta in quel poco recinto e in quelle quattro mura.
È esattamente questa precarietà che rende l’attacco dei briganti — qualunque ne fosse il movente — non solo un dramma personale ma il colpo di grazia a un equilibrio già instabile.
Punti di interesse
- Il pozzo — Profondo, affidabile, conosciuto dai carovaniere abituali. Henry e Martha ci avevano costruito sopra una piccola tettoia di assi per riparare il secchio dalla pioggia.
- La botola della dispensa — Sotto il pavimento della stanza unica, larga abbastanza per una bambina rannicchiata. Lì dentro, ancora oggi, c’è l’odore di patate e di paura.
- Il recinto e la stalla coperta — Pochi animali, ma ognuno conta. Vale la pena controllarli: vivi, morti, rubati o lasciati intatti, parlano del movente di chi ha attaccato.
- L’orto e il campo di mais — Calpestati durante la sparatoria, ma le tracce raccontano molto a chi sa leggerle: chi è entrato, da dove, in quanti.
- I tre meli vecchi e la tomba di Toby — Sotto il melo più grande, il piccolo cumulo di pietre senza croce dove dorme Tobias Mercer. Martha ci passava davanti ogni mattina andando al pozzo; Dorothy ci portava le mele cadute. Dopo l’attacco, Henry e Martha sono stati sepolti accanto alla tomba di Tobias dai guardiani della carovana.
Storia e origine
I Mercer vengono da Selvarno, la grande città del Nord-Est dove l’università discute di abolizionismo nei salotti e i braccianti senza terra ascoltano dalla finestra. Henry e Martha appartenevano alla seconda categoria: figli di gente che lavorava la terra di altri, abbastanza vicini al porto e alle sale conferenze da sentire i discorsi colti che riempivano la bocca, abbastanza lontani dalla classe colta da non poter mai farne parte. A Selvarno il merito si predicava ovunque; in pratica continuava a contare chi conoscevi.
Si sono sposati giovani e hanno deciso di andarsene quando Dorothy era ancora in fasce. La rotta era quella di sempre per chi aveva poco e voleva di più: nave costiera fino a New Avalon, poi steamboat sul Grande Fiume risalendo controcorrente fino a Valdoren. Tre o quattro anni fa hanno occupato il podere con uno di quei contratti che la cancelleria di Valdoren rilascia ai coloni di bassa fortuna: una concessione di terra marginale, lontana dalle proprietà già consolidate, con l’obbligo di metterla a coltura entro un certo numero di anni per ottenerne la proprietà piena. Gli avevano detto che la terra era buona; era passabile. Gli avevano detto che la zona era sicura; lo era stata, finora.
Della loro origine settentrionale i Mercer hanno conservato qualche piccola cosa che racconta più di quanto sembri: un libro di preghiere stampato a Selvarno tenuto nella madia, una pentola di rame di buona fattura ricevuta come regalo di nozze, e l’abitudine — rara nelle fattorie di queste parti — di insegnare a Dorothy a leggere e scrivere fin dai cinque anni, un’ora ogni sera dopo cena, alla luce di una lampada. Erano poveri, non rassegnati: erano partiti dal Nord-Est convinti che il merito, prima o poi, potesse pesare quanto la nascita. Il loro è il mestiere più comune e meno raccontato del Middle West, spaccarsi la schiena perché l’anno prossimo vada un poco meglio di questo. Non hanno nemici noti, non hanno debiti grossi, non hanno segreti scomodi che qualcuno conosca. Sono — erano — uno dei mille piccoli ingranaggi della Frontiera lenta, quella che non finisce sui giornali.
Toby, il loro secondogenito, è invece figlio del Middle West: nato qui, morto qui di una febbre autunnale che a Selvarno avrebbe forse avuto un dottore, qui non lo aveva avuto. La sua morte, poco più di un anno fa, aveva spezzato qualcosa in Martha che non si era mai del tutto ricomposto, e aveva reso Dorothy — silenziosa, attenta, già un poco adulta — il centro affettivo della casa.
Per questo l’attacco è inquietante, in entrambe le letture possibili: se i briganti hanno scelto questa fattoria a caso per saccheggiarla, allora è la dimostrazione di quanto siano disperati i tempi; se l’hanno scelta apposta come postazione per tendere agguato alla carovana di Brannagh, allora i Mercer sono morti per una ragione che non li riguardava nemmeno.